Il bicchiere mezzo vuoto dell’Italia del rugby

italia rugby 2017L’Italia del rugby chiude l’anno con 10 sconfitte su 11 test match giocati

Partiamo dai numeri che dicono che, nell’era O’Shea, l’Italia ha vinto 4 test match sui 22 giocati, tre dei quali contro nazioni di seconda fascia; nel 2017 abbiamo vinto un test match solo, quello contro le Fiji a Catania a fronte di 11 giocati. Le ultime due partite, quella contro i Pumas e quella contro gli Springboks, sono state piuttosto deludenti, soprattutto per il gioco espresso.
La partita contro il Sud Africa è stata abbastanza emblematica: ci siamo incaponiti a giocare agli autoscontri, giocando praticamente sempre nella fascia centrale del campo, senza mai variare il gioco, senza mai allargare il gioco; la nostra mediana è apparsa prevedibile, abbiamo provato a scardinare la difesa con le percussioni dei nostri centri – encomiabili per altro le loro prestazioni – ma la conclusione è che un giocatore come Michele Campagnaro, in grado di prendere l’outside break e non solo percuotere, ci manca come l’aria.
Le prestazioni di Scozia e Giappone nell’ultimo weekend ci devono far riflettere e molto; sono squadre che palesano un’idea di gioco costruita nel tempo e la portano avanti con soddisfazione; gli stessi Samoani, che hanno preso 40 punti dall’Inghilterra, ci hanno fatto divertire per le abilità individuali e corali alternate alla fisicità.
Tra due mesi comincia un Sei Nazioni che si preannuncia durissimo: abbiamo due sole partite in casa, la prima è con l’Inghilterra.

Per ciò che concerne i singoli, c’è stato l’esordio di un buon giocatore come Giovanni Licata che ci voleva, però io ho negli occhi l’esordio di un quasi pari ruolo come Sam Simmonds, numero 8 dell’Inghilterra, che ha una capacità di evadere il frontale e di andare sempre oltre invidiabile; da sottolineare, però che Licata è un 1997 mentre Simmonds è un 1994 quindi ci sono tre anni di margine. Abbiamo intravisto altri potenziali protagonisti del futuro – si spera prossimo – dell’Italia: quei Minozzi e Giammarioli che stanno facendo bene nelle Zebre, però gente come Underhill, Penaud, Stockdale, Byrne, solo per citarne alcuni, sono ragazzi della stessa età che son già protagonisti in corazzate come Inghilterra, Francia, Irlanda.

L’arrivo di O’Shea è stato salutato con entusiasmo, nel suo staff c’è gente capace, dietro le quinte c’è il lavoro di ristrutturazione della base portato avanti da Aboud, però ogni volta che cambiano le persone c’è sempre la sensazione che si debba ricominciare sempre da zero, non c’è mai una continuità e questa, prima di tutto, è una responsabilità degli stati generali del rugby italiano che, negli ultimi anni, non ha mai dato la sensazione di creare un progetto formativo valido che interessi l’intero movimento, base compresa. Chi, come me, vive la realtà del rugby giovanile in Veneto tocca con mano, ogni domenica, ogni giorno, questi problemi.
Non dobbiamo farci finte illusioni, un uomo per quanto capace non può fare i miracoli; può portare entusiasmo, idee, know how, ma se seminiamo sull’asfalto, arriva il vento e porta via tutto. E si badi bene, prima di seminare bisogna preparare il terreno.

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