I mali del rugby italiano

Il primo vero grosso problema del rugby italiano è che non riesce ad essere parte integrante della nostra cultura e la responsabilità principale è degli stati generali del nostro movimento che, nel corso degli anni, si sono rivelati assolutamente incapaci/impreparati a gestirne i cambiamenti.

Le dichiarazioni imbarazzanti di Gavazzi degli ultimi sei mesi – sul caso Minto, sulla questione Zebre-Benetton e le ultime sulla questione Munari – sono solo la punta dell’iceberg di una mala gestione che ha radici profonde.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: in 15 edizioni di Sei Nazioni abbiamo preso 10 cucchiai di legno (2000, 2001, 2002, 2005, 2006, 2008, 2009, 2010, 2011, 2014), le nostre franchigie di Celtic sono arrivate agli ultimi due posti della classifica di quest’anno, per non parlare della difficoltà cronica nel fornire un ricambio generazionale in ruoli chiave per la nazionale come sono il 10, 15, 8, 7, 6, 2.

Intanto, mentre noi ci sveniamo in beghe condominiali e baruffe da bar, gli altri progrediscono e il divario si allarga costantemente e più passa il tempo più la situazione si aggrava. Ci ostiniamo a non capire che l’alto livello è un’altra cosa e finchè lo confonderemo con un movimento politicizzato non andremo da nessuna parte nè colmeremo alcun gap; sì, potremmo fare qualche risultato, ma di fatto non costruiremo mai niente.
Dobbiamo cambiare prospettiva: ci angosciamo nel voler creare una terza franchigia federale, senza riuscire a capire che verrebbe da sola se curassimo bene le radici del rugby italiano. Chiaro, una pianta ha bisogno di tempo e attenzioni per crescere forte, ma se ci ostiniamo ad andare a comprare i frutti al supermercato prima o poi i frutti o i soldi finiscono e noi moriamo di fame.
Altra cosa fondamentale: per occuparsi di una pianta ci vogliono una pianificazione CONSAPEVOLE a LUNGO TERMINE e dei giardinieri preparati, gente di COMPROVATA esperienza e capacità e non gente il cui contatto lo troviamo nella rubrica del nostro cellulare o  a cui dobbiamo un favore.

Un giorno vorrei poter scrivere di Francesco Minto o Alberto De Marchi – cito loro unicamente perchè li conosco di persona- protagonisti in ogni statistica di un prossimo Sei Nazioni, su OnRugby vorrei leggere delle Zebre in finale di Rabo con 15 giocatori italiani U25, su Rugby1823 vorrei leggere di un Monigo pieno all’inverosimile per vedere la Benetton in semifinale di European Cup, su Il Nero il Rugby vorrei leggere di una finale di Eccellenza con due numeri 10 italiani protagonisti. Di tutti gli altri argomenti ho smesso di interessarmi da tempo.
Utopie? Ora come ora di sicuro, ma cominciamo a tirarci su le maniche e a cercare un terreno fertile dove piantare il primo seme.

Non abbiamo voglia/tempo/competenze? Ok continuiamo a piangerci addosso, a lamentarci, a scaricare la colpa sugli altri che così è sicuramente più facile.

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