Per questo – Anna Politkoskaja

Questa raccolta di reportage di Anna è un libro veramente crudo quasi angosciante; angosciante per i contenuti ma angosciante anche perchè inevitabilmente ti fa pensare che all’alba del ventunesimo secolo si può ancora pagare con la vita la libertà di parola.
Anna racconta la guerra del Caucaso del Nord, paesi dimenticati dai nomi che fanno quasi ridere, Inguscezia, Cecenia, Kabardino-Balkaria, e racconta storie di vita vissuta accanto alle persone che, indipendentemente da chi vince, saranno sempre sconfitti: i bambini che non hanno futuro, le donne che son vittime delle violenze, gli uomini che spariscono nel nulla, gli anziani dimenticati tra i bombardamenti.
I suoi articoli denunciano le violazioni dei diritti umani nei confronti di gente torturata e/o uccisa con la giustificazione della lotta al terrorismo e che in realtà subisce le violenze nel nome dell’odio etnico o della noia; Anna ha parlato di Nord-ost e di Beslan e di come sia stata messa in disparte nelle trattative a favore di una politica aggressiva che, in ambedue gli episodi, è sfociata in tragedia immane; le attenzioni dell’autrice si son rivolte anche ai suoi connazionali, ai giovani di leva che son morti o son rimasti fisicamente e mentalmente storpiati per episodi oscuri di angherie dei propri superiori.
Il muro di gomma che però Anna ha trovato sia in Russia ma anche nei paesi europei a cui si è rivolta per denunciare ciò che succede nel proprio paese e che tutti fanno finta di ignorare, questo muro di omertà, ha avuto la meglio su di lei che è stata uccisa nel 2006 senza che ancora si sappia chi sia stato.
I suoi articoli però restano, le sue parole devono far breccia perchè Anna era questo: “GIURO SOLENNEMENTE di continuare a scrivere di quella che è la pagina più dura di questa guerra: delle sofferenze inaudite della popolazione civile, finita tra l’incudine e il martello di due belligeranti fronti e inconciliabili – i guerriglieri e i federali – che si odiano profondamente. Di scrivere di donne sfiancate. Di bambini blu per la fame. Di vecchi che hanno visto la seconda guerra mondiale e le repressioni di Stalin e che ora non hanno una casa, sono divorati dalle malattie, dal cancro o da ferite infette e non hanno modo di curarsi. Di neonati feriti e uccisi. Della nostra società che non capisce che rassegnarsi all’esistenza di simili campi profughi significa essere destinati a morirci.”

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