Per certi aspetti la vicenda di Claudio Corti è simile a quella di Walter Bonatti, entrambi alpinisti e arrampicatori con forza e capacità al di fuori del comune, entrambi sempre alla ricerca di nuovi limiti da superare, entrambi con un sogno infranto e entrambi travolti da critiche calunniose.
La storia alpinistica di Corti nasce tra le montagne del lecchese per poi spaziare a 360 gradi su tutto l’arco alpino e con punte anche in Patagonia dove fa parte della spedizione vittoriosa sul Cerro Torre; la storia però subisce un brusco scossone nell’agosto del 1957 allorquando Corti tenterà di scalare la nord dell’Heiger con il compagno Stefano Longhi, primi italiani a tentare la famigerata parete dell’Oberland svizzero.
La parete è tristemente famosa per la pericolosità di scariche di sassi e slavine e soprattutto per i bruschi cambiamenti climatici e proprio di questi inconvenienti rimangono vittima i due italiani che nel frattempo si erano legati ad una cordata formata da due tedeschi. Corti verrà recuperato dopo 9 giorni in parete mentre per Stefano Longhi non ci sarà niente da fare, morirà di freddo e sfinimento e verrà recuperato solo a distanza di due anni.
E’ l’inizio di un’odissea che durerà oltre 50 anni; la vicenda esporrà il Ragno di Olginate (Corti è stato uno dei fondatori del famoso gruppo di alpinisti i “ragni di Lecco”) a critiche e calunnie da parte di personaggi famosi per l’epoca come Riccardo Cassin e soprattutto Einirich Harrer (famoso per essere stato nella prima cordata a vincere la nord dell’Heiger ma soprattutto per essere stato interpretato da Brad Pitt nella rivisitazione cinematografica del suo libro “Sette anni in Tibet”); Corti si difende come può dai suoi detrattori, ma lui non è Bonatti e appena può si rifugia nelle sue amate montagne per cercare di dimenticare almeno in parte.
Quella raccontata da Giorgio Spreafico, è la storia di un uomo dalla grande forza fisica e morale, un profilo unico di un alpinista che ha saputo rispondere con i fatti a chi, anche per invidia, ne voleva infangare l’immagine e che forse in parte ci è riuscito visto che Claudio da questo regime di prigionia non è mai completamente uscito. L’autore tenta comunque di dargli la libertà agognata e a mio avviso ci riesce supportato anche dalle parole di un altro grandissimo dell’alpinismo mondiale Renè Desmaison: “Vivi o morti, gli uni vengono portati alle stelle e gli altri sono screditati, a seconda dell’opportunità del momento, da gente più o meno attendibile, dall’animo contorto, che si atteggia a portavoce di un’etica che non è neppure la sua. Screditare agli occhi del pubblico che non sa nulla di montagna. Di un pubblico che è pronto ad ascoltare, a incamerare a credere quanto vanno pubblicando certi giornali alimentati da informatori ricchi di notizie diffamatorie e per i quali contano solo le ambizioni personali, gli interessi spiccioli e immediati”.



